Che cos’è la pesca a strascico
La pesca a strascico è una tecnica che consiste nel trainare una grande rete lungo il fondale marino, con lo scopo di catturare pesci demersali – cioè quelli che vivono vicino o a contatto con il fondo – come merluzzi, triglie, sogliole e scampi.
La rete è spesso dotata di pesi o rulli per restare aderente al substrato e può avere un’apertura enorme, sorretta da bracci metallici o porte idrodinamiche.

Quali problematiche causa
Se fosse solo una questione di pesca selettiva, forse il danno sarebbe contenuto, ma la pesca a strascico è tutto tranne che selettiva. Devasta il fondale, distruggendo habitat complessi come le praterie di Posidonia, le foreste di gorgonie e le strutture sabbiose che ospitano una biodiversità incredibile.
Ogni passaggio lascia un “solco” profondo, come se fosse un’aratura. Oltre alla distruzione dell’habitat, questa pratica solleva enormi quantità di sedimenti, rilascia carbonio accumulato nei fondali, contribuisce all’erosione costiera e uccide indiscriminatamente anche specie non commerciali.
Cosa dice la legge
In Europa la pesca a strascico è regolamentata, ma non vietata. Esistono limiti di profondità, aree protette dove è vietata e periodi di fermo biologico. È vietato praticare la pesca a strascico entro i 3 miglia dalla costa o a profondità inferiore ai 50mt.
Tuttavia, le deroghe sono numerose, i controlli difficili e le sanzioni spesso inefficaci. La Direttiva europea sulla Strategia Marina impone agli Stati membri di raggiungere il “buono stato ecologico” dei mari, ma la pesca a strascico resta uno dei principali ostacoli.

La situazione del Mediterraneo
Il Mar Mediterraneo è uno degli ecosistemi marini più ricchi di biodiversità al mondo, ma anche tra i più sovra-sfruttati. Qui la pesca a strascico ha avuto, e continua ad avere un impatto devastante.
Nonostante le normative, le reti continuano a solcare anche le aree marine protette e le zone più sensibili. In molte regioni, i fondali sono stati letteralmente spianati, alterando in modo irreversibile la struttura ecologica del mare.
Dove si pratica maggiormente la pesca a strascico in Italia
L’Italia, con i suoi oltre 7.500 chilometri di costa, ha una delle flotte da pesca più estese del Mediterraneo. E una parte significativa di questa flotta è composta da imbarcazioni che praticano la pesca a strascico.
Questa tecnica è presente lungo quasi tutto il litorale italiano, ma ci sono aree dove è particolarmente concentrata, sia per tradizione che per motivi economici. Tra i mari italiani più interessati dalla pesca a strascico ci sono:
- Mar Adriatico: è il bacino più sfruttato in assoluto. Qui la pesca a strascico è diffusissima, in particolare lungo le coste dell’Emilia-Romagna, delle Marche e della Puglia. Il fondale basso e sabbioso, apparentemente “facile da lavorare”, è stato oggetto di sfruttamento intensivo per decenni. Tuttavia, proprio questa pressione ha causato un impoverimento drastico delle risorse ittiche e un degrado degli habitat bentonici. L’Adriatico è oggi uno dei mari più sovrapescati d’Europa.
- Mar Ionio: in Calabria, Basilicata e Sicilia orientale, la pesca a strascico è una delle principali attività economiche della pesca professionale. Anche qui, il fondale prevalentemente sabbioso e la presenza di specie commercialmente pregiate, come il gambero rosso, hanno incentivato l’uso massiccio di reti a strascico.
- Mar Tirreno meridionale e centrale: lungo le coste del Lazio, della Campania e della Calabria tirrenica si registrano attività di pesca a strascico costante, spesso in prossimità di aree vulnerabili come canyon sottomarini o praterie di Posidonia. In Campania, in particolare, la pesca illegale in aree protette rappresenta un problema ricorrente.
- Canale di Sicilia: è un altro hot-spot critico. Qui si pratica anche lo strascico di profondità, spesso su habitat estremamente sensibili come le biocostruzioni a coralli profondi e le spugne. Il rischio ecologico è altissimo e i controlli spesso insufficienti.
Anche se esistono normative che vietano la pesca a strascico sotto i 3 miglia dalla costa o a profondità inferiori ai 50 metri, queste regole vengono frequentemente ignorate, e le infrazioni sono difficili da monitorare.
Alcune aree marine protette, come le AMP delle Egadi, hanno adottato sistemi di monitoraggio satellitare per limitare lo strascico illegale, ma il fenomeno resta diffuso.
In sostanza, la pesca a strascico in Italia non è un’eccezione, ma una pratica comune, sostenuta da incentivi economici e radicata in molte comunità costiere.
Un cambiamento è possibile solo con una reale volontà politica, un maggiore supporto alla piccola pesca sostenibile e una forte pressione dell’opinione pubblica.

Le specie più colpite dalla pesca a strascico nel Mediterraneo
Nel Mediterraneo, la pesca a strascico prende di mira principalmente specie demersali, ovvero quelle che vivono a stretto contatto con il fondale.
Molte di queste sono di alto valore commerciale, ma il loro prelievo intensivo ha portato a un drammatico declino delle popolazioni, mettendo a rischio non solo l’equilibrio degli ecosistemi, ma anche la sostenibilità della stessa attività di pesca.
Ecco alcune delle principali specie bersaglio della pesca a strascico nel nostro mare:
- Nasello (Merluccius merluccius), tra le specie più catturate, soprattutto nei primi anni di vita. L’Adriatico è un’area chiave per questa pesca, ma le popolazioni sono in forte sovrasfruttamento. Viene spesso pescato prima della maturità sessuale, impedendone la riproduzione.
- Scampo (Nephrops norvegicus), molto ricercato per il suo valore commerciale, lo scampo vive in tane scavate nei fondali fangosi tra i 200 e i 700 metri. La pesca a strascico ne devasta l’habitat e riduce la complessità del fondale, rendendo più difficile il suo insediamento.
- Triglia di fango (Mullus barbatus), tipica dei fondali sabbiosi e fangosi. Le popolazioni sono sotto forte pressione, anche perché questa specie ha un ciclo vitale relativamente breve e viene pescata in età precoce.
- Gambero rosa (Parapenaeus longirostris) È una delle specie più pescate in acque profonde, soprattutto nel Canale di Sicilia e nel Mar Ionio. Lo sforzo di pesca su questa specie è elevatissimo, con conseguenze gravi anche per le specie non bersaglio che vivono negli stessi habitat.
- Gambero rosso di profondità (Aristaeomorpha foliacea) Bersaglio della pesca a strascico profonda, questa specie vive tra i 500 e i 1000 metri. Le catture intensive stanno mettendo a rischio l’intero ecosistema degli abissi mediterranei, ancora poco conosciuto ma di grande importanza ecologica.
- Cernie, pagelli, pesci san pietro, pescatrici, orate, sogliole, razze e squali bentonici non sono l’obiettivo primario della pesca, ma sono molto frequenti. Gli squali di fondo, in particolare, sono tra i gruppi più minacciati: hanno cicli riproduttivi lenti e non riescono a recuperare il declino delle popolazioni.
Oltre alle specie target, la pesca a strascico cattura ogni anno tonnellate di organismi non commerciali (ByCatch), molti dei quali muoiono prima di essere rigettati in mare. Questo spreco di vita marina contribuisce a una perdita di biodiversità irreversibile.
In definitiva, la pesca a strascico nel Mediterraneo non è selettiva: distrugge habitat, preleva specie immature e colpisce anche quelle in via di estinzione. A lungo termine, non danneggia solo la natura, ma anche chi del mare vive: i pescatori stessi.
La pesca a strascico oceanica
Oltre le coste, nei grandi fondali oceanici, la situazione è ancora più drammatica. Navi industriali, lunghe come grattacieli orizzontali, trascinano reti che possono raggiungere anche 10.000 metri quadrati di apertura.
In poche ore, riescono a catturare tonnellate di pesce… e a cancellare secoli di storia ecologica. I fondali oceanici, ricchi di coralli profondi e forme di vita ancora sconosciute, vengono trattati come miniere da svuotare.

Perché sono importanti gli ecosistemi sabbiosi
Quando si parla di protezione dei fondali marini, l’immaginario comune corre subito a spettacolari barriere coralline, foreste di alghe o grotte sommerse. Eppure, i fondali sabbiosi, spesso percepiti come “vuoti” e monotoni, sono tra gli ecosistemi marini più vasti e cruciali del pianeta.
In realtà, sotto quella distesa uniforme di sabbia si nasconde un mondo pullulante di vita: gli ambienti bentonici sabbiosi. Il termine bentonico si riferisce a tutto ciò che vive sul fondo marino, o nei suoi primi strati.
E nei sedimenti sabbiosi si sviluppa una comunità incredibilmente ricca e stratificata, composta da organismi invisibili a occhio nudo (come i batteri e i protozoi) fino ad arrivare a crostacei scavatori, vermi marini, echinodermi, molluschi bivalvi e molte specie di pesci piatti.
Questi habitat, benché meno appariscenti di altri, svolgono funzioni ecologiche fondamentali:
- Depurazione naturale: molti organismi bentonici filtrano l’acqua e decompongono la materia organica, contribuendo al ciclo dei nutrienti e mantenendo la qualità dell’acqua. Sono i “filtratori” naturali del mare.
- Stoccaggio del carbonio: i sedimenti sabbiosi agiscono come serbatoi di carbonio organico, immagazzinando CO₂ atmosferica sotto forma di detriti biologici. Quando vengono smossi dalla pesca a strascico, questo carbonio può essere rilasciato nuovamente, contribuendo al cambiamento climatico.
- Nursery della biodiversità: molte specie ittiche usano questi fondali come aree di riproduzione, accrescimento e rifugio nei primi stadi di vita. Senza questi habitat, molte popolazioni marine non avrebbero futuro.
- Stabilità dei fondali e protezione costiera: gli organismi bentonici, scavando e rimescolando i sedimenti, contribuiscono alla stabilità strutturale del fondale e al suo equilibrio dinamico. La loro distruzione rende le coste più vulnerabili all’erosione e agli impatti delle mareggiate.
In sintesi, i fondali sabbiosi non sono distese inerti, ma sistemi viventi ad alta complessità ecologica, fragili e spesso trascurati.
Ogni volta che una rete a strascico li attraversa, è come se passasse un bulldozer su un prato fiorito, cancellando secoli di evoluzione e interazioni biologiche.
Proteggerli significa proteggere l’intera catena alimentare marina, la resilienza degli oceani e, in ultima analisi, anche noi.
“Ararlo fa bene”: perché il paragone con la terra è fuorviante
Tra le giustificazioni più comuni alla pesca a strascico, c’è un’analogia spesso ripetuta dai pescatori: “Come sulla terra, arando il fondo del mare si favorisce la crescita di nuova vita”. Ma questo paragone, seppur suggestivo, è profondamente sbagliato. Il mare non è la terra, e i fondali marini non funzionano come un campo coltivabile.
Sulla terra, l’aratura viene fatta intenzionalmente per seminare, in ambienti controllati e con cicli agricoli pianificati. Nel mare, invece, gli ecosistemi bentonici si sviluppano in equilibrio per centinaia o migliaia di anni, senza bisogno dell’intervento umano.
Quando una rete a strascico passa su un fondale sabbioso o su una prateria di Posidonia, non “rivitalizza” l’habitat: lo distrugge. Spazza via organismi lenti o immobili, altera la struttura fisica del sedimento, solleva nuvole di particelle che soffocano la vita e rilasciano carbonio immagazzinato.
Inoltre, gli effetti “positivi” osservati a breve termine – come l’arrivo di alcune specie opportuniste dopo il disturbo – non sono segni di rinascita, ma sintomi di squilibrio. È un po’ come dire che i topi proliferano dopo un incendio: non è segno di salute, ma di un ambiente degradato.
L’idea che il fondale abbia bisogno di essere “arato” è una lettura antropocentrica e semplicistica. La realtà ecologica è ben più complessa, e ogni passaggio di una rete a strascico è un passo verso la desertificazione del mare.

I metodi dissuasivi
Esistono alternative? Sì. Alcune aree sono state protette con “reef artificiali” o barriere anti-strascico: strutture che impediscono fisicamente il passaggio delle reti. Inoltre, l’uso di tecnologie come radar satellitari e sensori automatici sta migliorando il controllo delle attività illecite.
Ma senza una volontà politica forte e una pressione pubblica costante, queste misure restano isolate.
Cosa possiamo fare per porre fine a questa pratica
Il cambiamento parte anche da noi. Scegliere pesce proveniente da pesca artigianale o certificata, chiedere trasparenza sull’origine dei prodotti, sostenere le realtà che difendono il mare.
E soprattutto, fare pressione perché la pesca a strascico venga vietata nelle aree più vulnerabili. La voce dei cittadini può diventare un’onda inarrestabile, se unita e consapevole.
Conclusioni
Il mare non ha voce, ma ci lascia dei segni. Fondali deserti, reti abbandonate, coste impoverite. Fermare la pesca a strascico non è un’utopia: è una necessità urgente, per la salute degli oceani e per il futuro della vita sulla Terra. Non possiamo più permetterci di ignorare il solco che lasciamo dietro di noi.

4 risposte
veramente ho appena visto un servizio sul programma Camper in onda su rai 1 in cui un pescatore ligure ha dichiarato rispondendo alla domanda della presentatrice: pesco questi gamberi viola con reti a strascico ad una profondità di 300 metri.. potete asco0ltare anche voi su Rai Play se nn mi credete e nn avete visto in diretta il programma… quindi di cosa parliamo?
Umberto Casareale
Salve Umberto, controllerò sicuramente. Ma non ho capito cosa intende. I Gamberi rossi o viola, si pescano a quelle profondità che lei scrive, ma la tipologia di pesca a strascico può essere praticata da poche decine di metri fino anche a 700/800 mt di profondità. Saluti, Filippo Armonio.
Non avete ancora capito che il mare si sta uccidendo perché in Italia peschiamo i pesci quando vanno a buttare le uova con tutti gli attrezzi da pesca compresi i dilettanti. L’aragosta con le uova,il Dentice con le uova ,il pesce Spada con le uova e non a strascico,le triglie con le uova. Fate un fermo biologico che rispetti i pesci quando vanno a buttare le (Uova)……Buffoni Mafiosi….
Salve Pietro, grazie per il “Buffoni Mafiosi” … Come può immaginare non siamo quelli che distruggono il mare, stiamo cercando solo di proteggerlo.