Ocean Grabbing, quando il mare diventa terreno di conquista

L’oceano è un bene comune, fonte di vita, cibo e ossigeno. Ma oggi, più che mai, è sotto assedio. Non solo per l’overfishing, l’inquinamento e la crisi climatica, ma anche per un fenomeno meno noto come “ocean grabbing”. Dietro questo termine si nascondono interessi economici, sfruttamento delle risorse marine e la sottrazione di diritti alle comunità costiere. Ma cos’è esattamente l’ocean grabbing? Chi lo pratica, e a scapito di chi?

Che cos’è l’ocean grabbing

Il termine ocean grabbing descrive un processo di appropriazione delle risorse marine e costiere da parte di governi, multinazionali o grandi gruppi privati. Si tratta spesso di un processo legalmente riconosciuto, ma profondamente ingiusto, poiché sottrae spazi e diritti alle comunità locali che dipendono dal mare per la propria sopravvivenza.

L’ocean grabbing può avvenire in diversi modi, e uno dei più diffusi è attraverso accordi bilaterali tra paesi. I governi di nazioni economicamente solide, ottengono il diritto esclusivo di pesca nelle acque di stati sottosviluppati, offrendo in cambio somme di denaro o infrastrutture, che raramente riflettono il reale valore delle risorse sottratte.

Un’altra pratica frequente riguarda le concessioni a lungo termine, spesso decennali, con cui intere aree marine vengono cedute a grandi compagnie per scopi industriali, turistici o di allevamento intensivo. In certi casi, intere porzioni di costa diventano proprietà privata o vengono chiuse all’accesso delle comunità locali, giustificando questa esclusione con progetti di sviluppo o, paradossalmente, con piani di conservazione.

Tra i casi più emblematici c’è quello Cinese, che con una delle flotte di pescherecci più grandi al mondo, possiede diverse concessioni nelle coste Africane. Diverse le denunce di Greenpeace sullo sfruttamento illegale delle risorse ittiche nella costa occidentale del continente.

Non di rado, le stesse licenze di pesca vengono assegnate tramite bandi internazionali poco trasparenti, dove le grandi flotte industriali, dotate di tecnologie avanzate e potere economico, hanno la meglio sulle piccole realtà artigianali che non riescono a competere.

Una volta ottenute queste concessioni, i controlli sono spesso deboli o inesistenti. Molti dei paesi coinvolti non dispongono degli strumenti tecnici ed economici per monitorare efficacemente ciò che avviene nelle loro acque. Inoltre, la corruzione, la pressione politica da parte di potenze straniere e l’asimmetria di potere tra le parti in gioco rendono quasi impossibile far rispettare le regole esistenti.

In alcune situazioni, persino l’accesso a fondi internazionali o prestiti da parte di istituzioni finanziarie globali è condizionato alla concessione di risorse marine a soggetti stranieri, trasformando l’oceano in una merce di scambio geopolitico. Il risultato è una progressiva esclusione delle comunità locali, accompagnata dalla distruzione degli ecosistemi e dalla perdita di sovranità alimentare.

Atlantic Ocean, Mauritania, 4 March 2010 The 120 meters pelagic trawler Johanna Maria is owned by Dutch company Jaczon, sailing under Irish flag. Johanna Maria is fishing for Round Sardinella (sardinella aurita) under EU:s fisheries partnership agreement. It's represented by the Pelagic Freezer Association (PFA).
Oceano Atlantico, Mauritania, 4 marzo 2010. Il peschereccio a strascico Johanna Maria, lungo 120 metri, batte bandiera irlandese.

Quali problematiche causa l’ocean grabbing

L’ocean grabbing ha conseguenze profonde e spesso devastanti, sia per gli esseri umani che per gli ecosistemi marini. Una delle prime ricadute è la perdita dei mezzi di sussistenza per milioni di persone che vivono di pesca artigianale.

In molte comunità costiere, il mare rappresenta l’unica fonte di reddito e di alimentazione, e quando l’accesso alle risorse viene limitato o vietato, l’impatto sociale è immediato: si perdono posti di lavoro, aumenta la povertà, si generano migrazioni forzate.

Questa appropriazione porta anche a un’intensificazione della pressione sugli stock ittici, spesso già sovra-sfruttati. Le grandi flotte industriali, una volta ottenuto il permesso di pesca, utilizzano metodi altamente invasivi, capaci di catturare enormi quantità di pesce in breve tempo (overfishing), senza lasciare spazio alla rigenerazione naturale delle specie. Il risultato è un impoverimento della biodiversità marina e il collasso progressivo degli ecosistemi.

Parallelamente, si assiste a un’esclusione crescente delle comunità locali dai processi decisionali. Le popolazioni costiere si ritrovano escluse dalla gestione delle loro stesse risorse, private della possibilità di scegliere come usare, proteggere o tramandare il proprio sapere marino.

Questa marginalizzazione, oltre a essere una violazione dei diritti umani e culturali, compromette anche la resilienza di quei territori, perché distrugge un equilibrio che in molti casi era sostenibile da generazioni.
In alcune regioni, l’ocean grabbing è anche causa di tensioni e conflitti. I pescatori artigianali che si avventurano in zone “concesse” rischiano multe, arresti o addirittura violenze, mentre flotte straniere pescano indisturbate sotto la protezione di accordi poco trasparenti.

A tutto questo si aggiunge la distruzione fisica degli ambienti marini: impianti industriali, allevamenti intensivi, porti turistici o infrastrutture per l’export alterano irreversibilmente la morfologia delle coste, danneggiando barriere coralline, praterie di posidonia e habitat fondamentali per numerose specie.

In definitiva, l’ocean grabbing non è soltanto un problema ambientale, ma anche una questione di giustizia sociale, di sovranità alimentare e di diritti umani. È una forma moderna di colonizzazione che colpisce chi ha meno potere, lasciando cicatrici profonde nei territori e nelle comunità.

Flotta di pescherecci cinesi. Tra i principali paesi che causano l'ocean grabbing c'è la Cina.
Flotta di pescherecci cinesi

Quali sono gli stati che praticano ocean grabbing

Il fenomeno dell’ocean grabbing non riguarda un singolo paese o un’area geografica limitata: è una dinamica globale che coinvolge attori potenti, spesso appartenenti a stati economicamente sviluppati. Tra questi spiccano paesi con grandi flotte industriali, in grado di operare anche a migliaia di chilometri di distanza dalle proprie coste.

Alcuni stati europei, come la Spagna o la Francia, ad esempio, hanno firmato negli anni numerosi accordi di pesca con nazioni africane, ottenendo accesso esclusivo a vaste aree marine in cambio di somme che, nella maggior parte dei casi, finiscono nelle casse centrali dei governi beneficiari, senza ricadute concrete per le comunità locali.

Anche potenze asiatiche come la Cina, il Giappone e la Corea del Sud sono tra i principali protagonisti del fenomeno. Le loro flotte, spesso sostenute da sussidi pubblici, operano nei mari dell’Africa occidentale, del Sud America e del Pacifico, sfruttando risorse che non sarebbero più sufficienti nemmeno a soddisfare il fabbisogno interno di quei paesi.

In alcuni casi, le attività di queste flotte si spingono oltre i limiti legali, sconfinando nella pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, che rappresenta una delle maggiori minacce alla sostenibilità degli oceani.

Dietro queste operazioni non ci sono solo governi, ma anche grandi multinazionali e società private che investono nella trasformazione del mare in una risorsa da sfruttare per profitto. In nome dello sviluppo economico o della sicurezza alimentare, si giustificano pratiche che finiscono per concentrare il controllo degli oceani nelle mani di pochi attori, relegando gli altri ai margini.

Flotta tradizionale di pescherecci africani che subiscono l'ocean grabbing.
Flotta tradizionale di pescherecci africani

Quali sono i paesi che subiscono l’ocean grabbing

I paesi che subiscono le conseguenze dell’ocean grabbing sono in gran parte nazioni costiere dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, territori dove la pesca artigianale è spesso il cuore pulsante dell’economia locale e della vita quotidiana.

Si tratta per lo più di stati con risorse economiche limitate, una governance fragile e strumenti di controllo insufficienti per monitorare le proprie acque territoriali. In molte di queste nazioni, il mare rappresenta molto più di una fonte di cibo: è cultura, identità, storia e futuro.

Eppure, proprio in questi luoghi, intere flotte straniere entrano regolarmente in azione, spesso protette da accordi commerciali firmati tra governi centrali e paesi più forti, senza che le comunità locali ne sappiano nulla o possano esprimere un parere.

In Africa occidentale, ad esempio, paesi come la Mauritania, il Senegal, la Guinea e la Sierra Leone si sono ritrovati nel tempo a dover cedere porzioni consistenti delle proprie zone economiche esclusive. In cambio, ricevono fondi o promesse di sviluppo, ma molto raramente questi benefici arrivano davvero a chi vive di pesca e dipende direttamente dal mare.

Situazioni simili si riscontrano anche nel Sud-est asiatico, nel Pacifico e in alcune zone del Sud America, dove i pescatori locali denunciano la progressiva riduzione del pescato, la concorrenza sleale delle grandi flotte industriali, l’impossibilità di accedere a zone tradizionalmente utilizzate per generazioni. A subire non sono solo le persone, ma anche gli ecosistemi: le risorse vengono saccheggiate, le specie impoverite, le acque inquinate o rese inaccessibili.

Questi paesi, paradossalmente, sono spesso anche quelli più esposti agli effetti della crisi climatica e dell’innalzamento dei mari. L’ocean grabbing, quindi, non fa che amplificare una vulnerabilità già estrema, sottraendo alle comunità costiere ogni possibilità di autodeterminazione e resilienza.

Sede delle Nazioni Unite a New York
Sede delle Nazioni Unite a New York

Cosa si sta facendo a livello politico

A livello internazionale, la consapevolezza intorno al fenomeno dell’ocean grabbing è cresciuta lentamente, e solo negli ultimi anni ha iniziato a essere riconosciuta anche nei contesti istituzionali. Tuttavia, gli sforzi politici per contrastarlo restano frammentari, spesso deboli, e in molti casi subordinati agli interessi economici dei paesi più potenti.

In teoria, esistono già strumenti giuridici capaci di regolamentare l’accesso alle risorse marine: trattati internazionali, linee guida sulla pesca responsabile, convenzioni sul diritto del mare. Ma nella pratica, l’applicazione di queste norme è ostacolata da una profonda asimmetria tra stati ricchi e stati poveri.

I paesi che subiscono l’ocean grabbing faticano a far sentire la propria voce nei tavoli di negoziazione, mentre le grandi potenze economiche hanno gli strumenti — e spesso anche la volontà politica — per aggirare le regole o modellarle a proprio vantaggio.

Alcune iniziative, però, provano a invertire la rotta. In ambito ONU, ad esempio, l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dedica l’Obiettivo 14 alla conservazione e all’uso sostenibile degli oceani, promuovendo un accesso equo e la tutela dei diritti delle popolazioni costiere.

Alcune organizzazioni regionali per la pesca stanno lavorando per aumentare la trasparenza nelle concessioni e rafforzare i sistemi di monitoraggio delle attività in mare. In certi casi, stati africani e asiatici hanno iniziato a rinegoziare gli accordi di pesca, ponendo condizioni più vantaggiose per le proprie comunità.

Ma la strada da fare è ancora lunga. La volontà politica non può prescindere da un riequilibrio dei rapporti di forza. Finché il valore economico del mare continuerà a prevalere sui diritti delle persone e sulla salute degli ecosistemi, l’ocean grabbing resterà una pratica tollerata, se non addirittura favorita, anche da quelle stesse istituzioni che dovrebbero impedirla.

Food And Agriculture Organization (FAO) Internship Program
Food And Agriculture Organization (FAO) Internship Program

Cosa dice la FAO

La FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, da anni monitora l’andamento delle risorse marine e l’impatto delle attività umane sugli oceani. Nei suoi rapporti ufficiali, come lo State of World Fisheries and Aquaculture (SOFIA), viene più volte sottolineato come la pesca industriale stia erodendo le risorse marine a un ritmo insostenibile, e come la sovrapposizione tra interessi commerciali e mancanza di governance stia compromettendo il futuro degli oceani.

Pur non utilizzando sempre il termine ocean grabbing, la FAO riconosce apertamente l’esistenza di una profonda disuguaglianza nell’accesso alle risorse ittiche. Denuncia il fatto che le comunità artigianali e indigene, che rappresentano la maggior parte dei lavoratori nel settore della pesca a livello mondiale, siano spesso escluse dalle decisioni e vulnerabili a forme di appropriazione da parte di attori più forti.
In più occasioni, l’organizzazione ha richiamato l’attenzione sulla necessità di tutelare i diritti delle popolazioni costiere e di rafforzare la loro capacità di partecipare ai processi decisionali.

Nel 2015, la FAO ha adottato le Linee guida volontarie per garantire una governance responsabile della tenure nella pesca su piccola scala, uno strumento importante per promuovere equità e trasparenza.
Queste linee guida invitano gli stati a garantire l’accesso equo alle risorse, a evitare concessioni che danneggino le comunità locali e a integrare i diritti umani nella gestione degli ecosistemi marini.

Tuttavia, essendo strumenti non vincolanti, la loro efficacia dipende dalla volontà politica dei singoli stati. Molti paesi non le hanno ancora implementate pienamente, e nel frattempo l’espansione delle flotte industriali e degli interessi privati continua a mettere sotto pressione gli oceani. La voce della FAO, quindi, è chiara e importante, ma da sola non basta: serve un impegno concreto, coraggioso e coordinato da parte della comunità internazionale.

Il ruolo di Greenpeace nella denuncia dell’ocean grabbing

Negli ultimi anni, Greenpeace si è distinta per il suo lavoro di denuncia delle pratiche predatorie nei mari del mondo, che rientrano pienamente nella definizione di ocean grabbing, anche se spesso vengono indicate con termini più tecnici come pesca industriale non sostenibile, pesca illegale o sovra-sfruttamento.

Attraverso report, campagne di sensibilizzazione e vere e proprie azioni sul campo, l’organizzazione ha portato all’attenzione pubblica casi concreti in cui gli interessi economici di multinazionali o di flotte industriali hanno compromesso il diritto delle comunità locali all’accesso equo alle risorse marine.

Uno degli strumenti più incisivi di questa attività è la serie di rapporti Carting Away the Oceans, che dal 2008 analizza le responsabilità delle principali catene di distribuzione nella promozione di pratiche di pesca insostenibili.

In parallelo, Greenpeace ha condotto inchieste in diverse zone del mondo: tra queste, ha avuto grande eco la denuncia delle attività di pesca non regolamentata nell’Agujero Azul, una zona ricca di biodiversità al largo delle coste argentine, dove centinaia di pescherecci operano spesso senza alcun controllo da parte degli stati interessati.

Oltre alla denuncia, Greenpeace si batte anche per soluzioni concrete. Con la campagna per il Trattato Globale per gli Oceani, l’organizzazione punta a ottenere la protezione del 30% delle acque internazionali entro il 2030. Un obiettivo ambizioso, ma fondamentale per fermare l’espansione incontrollata della pesca industriale e proteggere gli ecosistemi marini e le popolazioni che da essi dipendono.

Attraverso questi strumenti, Greenpeace contribuisce non solo a far luce su un problema spesso ignorato, ma anche a costruire una rete di resistenza globale contro l’appropriazione indebita dei mari.

Il ruolo dell’Italia nell’ocean grabbing

L’Italia, con i suoi 7.600 chilometri di costa e una lunga tradizione marittima, si trova in una posizione cruciale nel contesto dell’ocean grabbing. Sebbene non sia tra i principali attori globali in termini di appropriazione delle risorse marine, il paese è coinvolto sia come potenziale beneficiario che come vittima di pratiche che rientrano in questa definizione.

Da un lato, l’Italia ha stipulato accordi di pesca con paesi terzi, in particolare nel Mediterraneo e in Africa, che hanno sollevato preoccupazioni riguardo alla sostenibilità e all’equità di tali intese. Questi accordi, spesso negoziati a livello dell’Unione Europea, possono comportare l’accesso delle flotte italiane a risorse ittiche in acque di paesi in via di sviluppo, con il rischio di compromettere le economie locali basate sulla pesca artigianale.

Dall’altro lato, l’Italia è anche esposta alle conseguenze dell’ocean grabbing. Le sue acque, in particolare nel Mar Adriatico e nel Canale di Sicilia, sono soggette a pressioni da parte di flotte straniere che operano in prossimità delle zone economiche esclusive italiane. Queste attività possono portare a una competizione sleale per le risorse marine e mettere in difficoltà le comunità locali di pescatori.

In risposta a queste sfide, l’Italia ha adottato misure per promuovere la pesca sostenibile e la protezione dell’ambiente marino. Tuttavia, resta fondamentale un impegno continuo per garantire che le politiche nazionali ed europee non contribuiscano, direttamente o indirettamente, all’ocean grabbing, ma piuttosto supportino la conservazione degli ecosistemi marini e i diritti delle comunità costiere.

Possibili soluzioni

Fermare o almeno contrastare l’ocean grabbing è una sfida complessa, ma non impossibile. La soluzione non passa da un’unica strategia, bensì da un cambiamento culturale e politico che rimetta al centro la giustizia ambientale e sociale.

Serve innanzitutto un riconoscimento concreto del diritto delle comunità costiere a gestire e proteggere il proprio mare. Dove le popolazioni locali sono coinvolte nella gestione delle risorse, spesso si registrano risultati migliori in termini di conservazione, sostenibilità e distribuzione equa dei benefici.

Un altro passo essenziale riguarda la trasparenza. Le concessioni di pesca e gli accordi internazionali dovrebbero essere pubblici, tracciabili e soggetti a revisione, affinché la società civile possa verificarne l’impatto e denunciare eventuali abusi. Le tecnologie esistono, dai sistemi di localizzazione satellitare ai database condivisi, ma spesso manca la volontà politica di usarle in modo efficace.

In parallelo, occorre rafforzare le capacità degli stati più vulnerabili. Molti paesi che subiscono l’ocean grabbing non hanno gli strumenti, né tecnici né finanziari, per monitorare le proprie acque o far rispettare le regole. Investire nella formazione, nella sorveglianza marittima, e nel supporto legale a queste nazioni non è solo una questione di solidarietà, ma di equilibrio globale.

Infine, anche noi cittadini possiamo avere un ruolo. Il 70% dei prodotti ittici che arrvano nel mercato Europeo, provengono da paesi che subiscono l’ocean grabbing. Eliminare o ridurre il consumo di pesce diminuirebbe la pressione di pesca in queste aree. Ogni scelta consapevole è una forma di resistenza contro un modello che sacrifica il mare in nome del profitto.

Conclusioni

L’ocean grabbing è un fenomeno meno visibile rispetto ad altri disastri ambientali, ma non per questo meno grave. Si consuma lontano dagli occhi della maggior parte delle persone, spesso sotto forma di contratti firmati in silenzio o di pescherecci che solcano acque sconosciute, mentre intere comunità vedono scomparire la propria fonte di vita.

È una nuova forma di colonialismo, che trasforma il mare in un territorio da conquistare e sfruttare, cancellando diritti, storie e futuri. Ma raccontarlo è già un primo passo per contrastarlo.

Perché più sappiamo, più possiamo scegliere da che parte stare. E se è vero che le soluzioni devono arrivare dai governi e dalle istituzioni internazionali, è altrettanto vero che ogni voce può contribuire a cambiare le cose.

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