Le tartarughe marine sono in pericolo di estinzione
Tutte le specie sono in pericolo
Oggi, l’impatto delle attività umane su questi animali ha raggiunto livelli altissimi, portando le tartarughe marine sempre più vicine all’estinzione.
L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha stilato una lunga lista di specie in pericolo, suddivisa in diversi livelli di minaccia. Basti pensare che, delle sette specie di tartarughe marine esistenti, tutte sono inserite nella Lista Rossa dell’IUCN.
La popolazione di Caretta caretta, specie emblematica del Mar Mediterraneo, è classificata a livello globale come VU (Vulnerable), ovvero vulnerabile, il terzo livello di rischio.
Per quanto riguarda la popolazione mediterranea, la situazione sempre per la Caretta caretta, negli ultimi anni è leggermente migliorata, ma la specie dipende fortemente dai programmi di conservazione. Qualora questi smettessero di operare, i livelli di rischio tornerebbero alti.
Questo non significa che le popolazioni del Mediterraneo siano salve. Semplicemente, grazie agli interventi di molte organizzazioni come Blue Conservancy che operano nell’ambito della salvaguardia e della conservazione, si intravedono segnali di ripresa.
Le cause che stanno portando le tartarughe marine verso l’estinzione sono molteplici e si possono suddividere in due categorie: minacce indirette, come il riscaldamento globale e la riduzione delle zone di nidificazione, e minacce dirette.
Pesca, inquinamento e traffico nautico rientrano tra queste ultime e ogni anno uccidono milioni di tartarughe marine in tutto il mondo.
La pesca
Sicuramente, la minaccia principale per le tartarughe marine è la pesca. Solo nel Mediterraneo, ogni anno vengono catturate accidentalmente circa 150.000 tartarughe marine. Di queste, 50.000 muoiono durante la cattura, mentre le altre vengono abbandonate al proprio destino, che nella maggior parte dei casi si conclude comunque con la morte.
Non essendo una specie target e non avendo alcun valore commerciale, le tartarughe marine vengono rigettate in mare in quanto considerate bycatch, ovvero catture accidentali.
In altre parole, i pescatori mirano alla cattura di altre specie, come tonni e pesci spada, destinate alla vendita, ma finiscono per catturare anche specie protette, a rischio estinzione o semplicemente non commerciabili, come tartarughe e squali, che vengono sistematicamente rigettate in mare in fin di vita.
Sebbene le tartarughe marine possano essere catturate con diversi metodi, le attività di pesca che hanno l’impatto maggiore sono sostanzialmente due: il palangaro (o palamito) e la pesca a strascico. Queste due tecniche riforniscono i mercati ittici di tutto il mondo della maggior parte del pesce venduto.
Sia il palangaro che la pesca a strascico sono pratiche industriali su larga scala, l’unico modo per soddisfare la crescente domanda globale di prodotti ittici. I pescherecci che utilizzano il palangaro per catturare tonni e pesci spada possono calare in mare fino a 10.000 ami, coprendo distanze fino a 50 chilometri. I pescherecci a strascico, invece, possono trainare le loro reti per oltre 8 ore consecutive.
Anche la piccola pesca artigianale, praticata sotto costa, non è estranea al fenomeno. Tuttavia, è difficile stabilire con precisione quanto incida sul totale delle catture accidentali che avvengono incessantemente ogni giorno.
Il palangaro
Il palangaro è uno strumento di pesca costituito da una lenza di grandi dimensioni, che può raggiungere anche i 50 km di lunghezza, chiamata “lenza madre”. Su di essa, a distanze regolari, vengono collegati spezzoni di lenza più corti, detti “braccioli”.
Il bracciolo è la parte della lenza su cui, all’estremità, viene montato un amo di grandi dimensioni, al quale viene applicata un’esca per attirare le prede.
Usato principalmente per la pesca del tonno e del pesce spada, il palangaro prevede l’impiego di esche come sgombri, sarde e totani, prede molto nutrienti e particolarmente appetibili anche per altre specie che condividono lo stesso habitat del tonno e del pesce spada.
Tartarughe marine, squali, delfini e uccelli marini, attratti da queste esche, finiscono spesso per abboccare agli ami, per poi essere rigettati in mare in fin di vita, con gravi danni agli organi interni causati dall’amo e dalla lenza ingeriti.
Questo tipo di pesca è diffuso in tutto il mondo e viene praticato frequentemente anche in alcune aree specifiche del Mediterraneo.
Il Mar Ionio, in particolare il tratto del Basso Ionio Reggino, è una di queste zone: le grandi profondità e le forti correnti lo rendono adatto a questo genere di pesca e inadatto allo strascico, che invece viene praticato soprattutto nel Mar Adriatico e, in generale, in aree dove i fondali sono più regolari.
La pesca a strascico
La pesca a strascico è una delle tecniche di pesca più impattanti sugli ecosistemi marini.
Pescherecci di grandi dimensioni, dotati di motori molto potenti, trainano sul fondo del mare una rete di grandi proporzioni che, grazie all’utilizzo di strumenti chiamati divaricatori, raschia il fondale sollevando un’enorme quantità di sedimenti.
Questo crea un polverone che attira molte specie di pesci verso l’imboccatura della rete, la quale, essendo trainata dal peschereccio, cattura tutto ciò che si trova davanti a sé.
Si tratta di un tipo di pesca non selettiva e, quando viene effettuata a profondità comprese tra i 20 e i 100 metri, le probabilità di cattura di tartarughe marine e altre specie bycatch aumentano sensibilmente.
Inoltre, la durata di ogni “strascicata” può arrivare fino a 6-8 ore, un tempo di gran lunga superiore alla capacità di apnea delle tartarughe marine. Per questo motivo, è molto comune ritrovare esemplari spiaggiati, morti per annegamento
Un recente studio dell’Università di Medicina Veterinaria di Bari ha evidenziato che le tartarughe marine catturate con la pesca a strascico possono soffrire di una patologia chiamata MDD (Malattia da Decompressione), simile a quella che colpisce gli esseri umani.
Questo accade perché gli animali, intrappolati a lungo sott’acqua, possono inalare acqua nei polmoni, subendo gravi lesioni interne.
Sono centinaia le segnalazioni di tartarughe marine trovate morte sulle spiagge di tutta Italia. Un numero ancora troppo alto, che stiamo cercando di ridurre attraverso attività di sensibilizzazione e aumentando la consapevolezza su questo grave problema.
Altri metodi di pesca
Esistono anche altri metodi di pesca che possono catturare le tartarughe marine, ma il loro impatto, pur essendo significativo se si considerano i numeri complessivi, non raggiunge quello del palangaro e della pesca a strascico.
La pesca a circuizione, utilizzata principalmente per la cattura del pesce azzurro, si svolge in superficie. Può accadere che una tartaruga venga intrappolata all’interno del sacco, ma in genere non corre gravi pericoli, poiché si tratta di una tecnica di pesca molto rapida, che consente il rilascio dell’animale senza particolari conseguenze.
Molto più impattante è invece la piccola pesca. Anche se ciascun pescatore, individualmente, può catturare un numero limitato di esemplari nel corso della sua vita, il numero complessivo di persone che praticano la piccola pesca – spesso con imbarcazioni inferiori ai 12 metri – è molto elevato.
Di conseguenza, anche attività di dimensioni ridotte possono avere un impatto significativo sull’ambiente marino e sulla sopravvivenza delle tartarughe.
L’inquinamento
Un altro problema molto importante per le tartarughe marine è l’inquinamento, in particolare quello da plastica. In mare si trova praticamente di tutto: dalla plastica agli idrocarburi, e questi materiali hanno un impatto significativo non solo sulle tartarughe marine, ma su tutto l’ecosistema marino.
L’inquinamento da plastica
La plastica è un materiale straordinariamente resistente e durevole. Ha permesso alle nostre società di proiettarsi nel futuro, semplificando molti aspetti della vita quotidiana. Tuttavia, queste sue eccezionali caratteristiche rappresentano anche il suo più grande problema: la plastica non si biodegrada e resta nell’ambiente per centinaia di anni. Basti pensare che, ogni anno, nel solo Mar Mediterraneo finiscono circa 230.000 tonnellate di rifiuti plastici.
Una volta in mare, la plastica subisce l’azione di agenti atmosferici come la temperatura, i raggi UV, l’acqua e il vento. Questi elementi contribuiscono alla sua frammentazione in pezzi sempre più piccoli, che, quando scendono sotto i 5 mm, prendono il nome di microplastiche.
La plastica galleggiante negli oceani può causare diversi problemi alle tartarughe marine, dall’occlusione intestinale fino alla morte per soffocamento. Sacchetti di plastica e detriti filamentosi vengono spesso scambiati per meduse o altri organismi gelatinosi, prede abituali delle tartarughe, e quindi ingeriti.
Essendo indigeribili, questi materiali non vengono eliminati e possono accumularsi nello stomaco, provocando ostruzioni, senso di sazietà e conseguente malnutrizione fino alla morte.
Al Centro Recupero Tartarughe Marine di Brancaleone abbiamo documentato decine di casi legati all’ingestione di plastica, ma sicuramente uno dei più emblematici è stato quello di “Penny”, una giovanissima Caretta caretta, nata da pochi giorni, che durante la sua degenza al CRTM ha defecato 14 frammenti di microplastica.
L’intrappolamento: il pericolo più sottovalutato
A nostro parere, però, il problema più grave causato dalla plastica non è l’ingestione, bensì l’intrappolamento. In superficie, infatti, si trovano moltissimi rifiuti, oltre il 50% dei quali proviene dalle attività di pesca: corde, reti, lenze, nylon e plastica di vario tipo.
Questi materiali rappresentano una seria minaccia: le tartarughe si avvicinano a questi cumuli alla ricerca di cibo e possono rimanere intrappolate con gli arti o il collo. Nel migliore dei casi, possono perdere un arto; nei peggiori, non riuscendo più a risalire in superficie per respirare, muoiono annegate.
Il traffico nautico
Esiste anche una terza causa di morte per le tartarughe marine: il traffico nautico. Al Centro Recupero Tartarughe Marine di Brancaleone ci confrontiamo spesso con questa problematica, in particolare perché operiamo nell’area dello Stretto di Messina, una zona altamente trafficata da imbarcazioni di ogni tipo.
Ogni anno, soccorriamo decine di tartarughe marine ferite a causa di collisioni con le barche. Questi animali, infatti, risalgono in superficie per respirare e regolare la temperatura corporea attraverso l’esposizione al sole. In questa fase, risultano particolarmente vulnerabili.
Le imbarcazioni da diporto che viaggiano ad alta velocità non lasciano loro scampo: anche quando le tartarughe percepiscono il pericolo, spesso non hanno il tempo né la possibilità di fuggire.
Gli impatti — che avvengano con la chiglia o con le eliche — causano fratture al carapace, perdita di arti, emorragie interne e, nei casi più gravi, la morte. Anche in questo caso, sono moltissime le segnalazioni di tartarughe ritrovate già morte sulle spiagge, vittime di collisioni con le imbarcazioni.
Altre minacce
Esistono anche molte altre minacce per le tartarughe marine, considerate “indirette” perché non causano la morte immediata dell’animale, ma hanno un impatto significativo sull’intera popolazione. Tra queste rientrano il riscaldamento globale, la perdita degli habitat di nidificazione e l’eccessiva pressione turistica. Pur non agendo in modo diretto, sommandosi alle minacce più immediate finiscono per incidere profondamente sulla vita di questi animali, la cui leggendaria longevità è oggi sempre più a rischio.
Crisi climatica
Il sesso delle tartarughe marine è determinato dalla temperatura dell’ambiente circostante durante l’incubazione delle uova. A seconda delle temperature medie nella camera di incubazione, nascerà un maggior numero di maschi o femmine.
La temperatura ideale è di circa 28°C, con una distribuzione equilibrata tra i sessi, con temperature più elevate favoriscono la nascita di femmine. Temperature più basse favoriscono la nascita di maschi. A 33°C l’embrione non sopravvive.
Diversi studi hanno evidenziato scenari allarmanti: entro il 2070, a causa del riscaldamento globale, molti siti di nidificazione potrebbero essere abbandonati perché la temperatura della sabbia li renderebbe inadatti all’incubazione.
In Calabria, le ricerche condotte sui nidi deposti mostrano che circa il 70% dei piccoli nati è costituito da femmine. Se questa tendenza continuerà, la diminuzione progressiva dei maschi comprometterà le dinamiche riproduttive delle popolazioni di Caretta caretta nel Mar Mediterraneo.
La perdita di habitat
Al problema delle temperature si aggiunge quello della riduzione delle aree di nidificazione e rappresenta una seria minaccia per la specie: circa il 70% delle spiagge italiane è occupato da stabilimenti balneari per l’intera stagione estiva, rendendo impossibili le operazioni di deposizione delle uova per la Caretta caretta.
A questo si somma la crescente urbanizzazione delle coste, con la costruzione di infrastrutture turistiche come passerelle, lungomari e parcheggi, nonché l’erosione costiera e la rimozione della vegetazione dunale per soddisfare le esigenze del turismo di massa.
Tutti questi interventi contribuiscono a un progressivo deterioramento e alla perdita di aree naturali essenziali per la nidificazione, compromettendo gravemente la sopravvivenza delle future generazioni di tartarughe marine.
Mezzi meccanici sugli arenili
Ruspe, trattori e altri mezzi meccanici utilizzati per la pulizia degli arenili rappresentano un serio problema, non solo per le tartarughe marine, ma anche per tutte le specie che vivono sulla spiaggia e sulle dune.
In Italia, la pulizia meccanizzata delle spiagge è una pratica molto diffusa, e in diversi casi si sono verificati episodi in cui nidi di Caretta caretta sono stati accidentalmente distrutti.
Negli ultimi anni sono molteplici i casi di trattori o ruspe che hanno distrutto un nido di tartarughe marina, il più recente in Puglia nel Salento, ma in passato numerosi casi anche in Calabria.