Il prezzo invisibile dietro una scatoletta
Ogni anno, il 2 maggio, si celebra la Giornata Mondiale del Tonno. Una ricorrenza che spesso, soprattutto dai media, viene raccontata parlando di economia, tradizione culinaria o sostenibilità della pesca.
Molto più raramente, però, ci si ferma a riflettere davvero su che cosa significhi, oggi, per il mare, continuare a consumare tonno.
Dietro uno dei prodotti ittici più consumati al mondo si nasconde, infatti, una delle forme di sfruttamento più estese e distruttive degli ecosistemi marini.

Un animale trasformato in prodotto
Il tonno non è una “risorsa”, è un animale selvatico altamente evoluto, capace di percorrere migliaia di chilometri attraversando interi oceani.
Alcune specie possono vivere per decenni, nuotare a velocità impressionanti e svolgono un ruolo fondamentale nell’equilibrio degli ecosistemi marini.
Eppure milioni di tonni (circa 5–8 milioni di tonnellate, a seconda degli anni e delle specie considerate) vengono catturati ogni anno per alimentare un mercato globale enorme, che tratta questi animali come semplici merci da scaffale.
Per rendere l’idea: parliamo di milioni di animali uccisi ogni anno, perché un singolo tonno può pesare da pochi kg fino a oltre 300 kg nel caso del tonno rosso.
Nel Mediterraneo i numeri sono molto più piccoli rispetto al Pacifico, ma il problema ecologico è ancora più grave perché si tratta di un mare chiuso, già fortemente sfruttato e fragile.
Il protagonista qui è soprattutto il tonno rosso del Mediterraneo (Thunnus thynnus), una specie che per anni è stata spinta vicinissima al collasso a causa della pesca industriale e dell’enorme domanda del mercato internazionale, soprattutto giapponese.
Pesca industriale, allevamenti intensivi in mare, reti gigantesche, sistemi di localizzazione satellitare: tutto è progettato per intercettare, inseguire e sfruttare fino all’ultimo banco di pesci.
Il risultato è sotto gli occhi degli scienziati da anni: diverse popolazioni di tonno risultano sovrasfruttate o in forte declino, mentre la pressione della pesca continua a crescere.
Oggi alcune popolazioni mostrano segnali di recupero grazie alle quote e ai controlli più severi, ma la pressione di pesca resta altissima, il Mediterraneo continua a soffrire di sovrasfruttamento e il bycatch di tartarughe marine, squali e altre specie vulnerabili rimane un problema gravissimo.

La pesca al tonno non uccide solo tonni
Quando si parla di pesca al tonno, spesso si immagina una cattura selettiva, ma la realtà è molto diversa. Le tecniche industriali utilizzate per catturare i tonni, come le grandi reti a circuizione o i palangari con migliaia di ami, provocano enormi catture accidentali, il cosiddetto bycatch.
Insieme ai tonni finiscono intrappolati o uccisi tartarughe marine, squali, delfini, razze, uccelli marini, vari cetacei e moltissime altre specie non destinate al mercato ittico. Tutti animali che spesso arrivano già morti a bordo o vengono rigettati in mare gravemente feriti.
La maggior parte delle tartarughe marine soccorse dai centri di recupero porta addosso le conseguenze dirette della pesca industriale: ami ingeriti, lenze, mutilazioni, infezioni, annegamento, debilitazione estrema.
Dietro una singola filiera di pesca possono quindi nascondersi sofferenza e morte per un numero enorme di animali che il consumatore non vedrà mai.

Un ecosistema impoverito
Il problema non riguarda solo le singole specie. I tonni sono predatori fondamentali per gli ecosistemi marini. Ridurre drasticamente le loro popolazioni altera equilibri complessi costruiti in milioni di anni di evoluzione.
La pesca industriale impoverisce il mare in profondità perché svuota gli oceani dei grandi predatori, modifica le catene alimentari, aumenta la vulnerabilità degli ecosistemi e contribuisce al collasso della biodiversità marina.
E mentre il mare perde equilibrio, gli esseri umani continuano a pretendere che possa produrre all’infinito.

Il mito della “pesca sostenibile”
Negli ultimi anni il mercato ha iniziato a proporre etichette rassicuranti: “dolphin safe”, “sostenibile”, “responsabile”. Ma possiamo davvero definire sostenibile un sistema che: continua a uccidere milioni di animali selvatici ogni anno; provoca catture accidentali di specie protette; impoverisce gli ecosistemi marini; tratta esseri viventi senzienti come prodotti industriali?
La sostenibilità non può limitarsi a garantire che una specie non si estingua completamente.
La vera domanda dovrebbe essere: quanto sfruttamento siamo disposti a considerare accettabile?
Una scelta etica
Oggi, più che mai, parlare di tutela del mare significa anche interrogarsi sulle nostre abitudini quotidiane e ridurre, o meglio eliminare del tutto, il consumo di tonno e di prodotti della pesca non è una rinuncia inutile.
Si rivela, anzi, una scelta concreta per diminuire la pressione sugli oceani e salvare un numero enorme di animali coinvolti in questa industria.
Ogni scatoletta non acquistata è una domanda in meno rivolta al mare e, quindi, molte vite salvate.
Ogni scelta consapevole è un piccolo spazio restituito agli ecosistemi marini e agli animali che li abitano.

Proteggere il mare significa lasciarlo vivere
La Giornata Mondiale del Tonno dovrebbe essere un’occasione non per celebrare il suo sfruttamento, ma per riflettere sul rapporto che abbiamo costruito con il mare.
Un rapporto spesso basato sul possesso, sul consumo e sull’idea che tutto ciò che vive negli oceani sia infinito e, soprattutto, che esista per essere utilizzato.
Ma il mare non ha bisogno di essere sfruttato per avere valore, ha bisogno di essere rispettato, e forse la forma più autentica di conservazione inizia proprio qui: imparando a guardare gli animali marini non come risorse, ma come vite.