Lo studio di The Ocean Cleanup
Nel 2022, The Ocean Cleanup ha pubblicato uno studio su Scientific Reports che analizza la composizione dei rifiuti nella GPGP (Great Pacific Garbage Patch). I ricercatori hanno scoperto che tra il 75% e l’86% dei rifiuti plastici proviene da attività di pesca e acquacoltura. Gli oggetti più comuni includono boe, cassette per il pesce, reti e corde.
La plastica persa in mare ha una maggiore probabilità di accumularsi al largo rispetto a quella proveniente dai fiumi. Questi dati indicano che le pratiche di pesca industriale contribuiscono significativamente all’inquinamento plastico negli oceani.
Cosa compone questi rifiuti?
I ricercatori hanno analizzato oltre 6.000 oggetti di plastica di dimensioni superiori a 5 cm raccolti nel GPGP. Hanno scoperto che circa un terzo erano frammenti non identificabili. I restanti due terzi erano principalmente oggetti legati alla pesca, come galleggianti, boe, cassette per il pesce, secchi, contenitori e trappole per anguille.
Questi attrezzi sono progettati per essere resistenti e galleggiare, il che li rende particolarmente persistenti nell’ambiente marino.

Da dove provengono questi rifiuti?
Analizzando le scritte e i marchi sugli oggetti, i ricercatori hanno identificato le principali nazioni di origine: Giappone e Cina, ciascuna responsabile di circa un terzo dei rifiuti, Corea del Sud: circa il 15%, Stati Uniti: circa il 5%. e Taiwan: circa il 3% .
Questi dati indicano che le principali fonti di inquinamento plastico nel GPGP sono flotte pescherecce industriali di paesi ad alto reddito.

Implicazioni ambientali
La plastica e la microplastica rappresentano un grave pericolo per molti animali marini. Come è noto, vengono spesso scambiate per prede naturali, come meduse o microrganismi, e ingerite accidentalmente. Oltre a questo, corde, lenze e altri rifiuti plastici possono trasformarsi in trappole letali per tartarughe marine e cetacei: molti restano impigliati, e nei casi meno gravi perdono un arto, ma spesso l’esito è la morte.
Inoltre, gli attrezzi da pesca abbandonati, noti come “reti fantasma”, continuano a intrappolare e uccidere animali anche molto tempo dopo essere stati persi. Questo fenomeno ha un impatto devastante sugli ecosistemi marini, contribuendo alla drastica riduzione di pesci, tartarughe e uccelli marini.
Soluzioni proposte
I ricercatori del team, per affrontare questo problema hanno proposto di implementare regolamenti più severi sull’uso e lo smaltimento degli attrezzi da pesca, promuovere la tracciabilità degli strumenti da pesca per identificarne l’origine, incentivare il recupero e il riciclo degli attrezzi dismessi e favorire la collaborazione internazionale per affrontare l’inquinamento marino alla fonte.
Questo approfondimento evidenzia l’importanza di considerare l’industria della pesca come una delle principali fonti di inquinamento plastico negli oceani. Affrontare questo problema richiede un impegno congiunto da parte di governi, industrie e cittadini per proteggere i nostri mari.

Il ruolo di Blue Conservancy
Da oltre dieci anni, durante la stagione estiva, Blue Conservancy organizza attività di beach cleaning con l’aiuto di volontari provenienti da tutta Europa, per rimuovere la plastica dagli arenili. Il risultato delle raccolte è sorprendente: si trovano materiali di ogni tipo. Proprio per questo, abbiamo avviato un progetto di monitoraggio (Plastic Pollution), perché anche noi vogliamo capire quale sia il materiale che ha il maggiore impatto sulle nostre spiagge.
Inoltre, Blue Conservancy è da sempre impegnata a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della tutela degli oceani e a promuovere pratiche di pesca sostenibili. Attraverso campagne educative e collaborazioni con le comunità locali, lavoriamo per ridurre l’impatto della plastica sugli ecosistemi marini.
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